Giovanni Galli caduto sul monte Cjampon

Scivola in un canalone e muore

GEMONA. È scivolato in un canalone sul monte Chiampon ed è morto sul colpo dopo un volo di 70 metri. La vittima è Giovanni Galli, 60 anni, pensionato con un passato di emigrante e attualmente segretario del Cai, Club alpino italiano, di Gemona. La salma dell'uomo è stata ritrovata ieri mattina in fondo a un dirupo: forse il ghiaccio l'ha tradito, lui che aveva un fisico e un allenamento che molte persone di gran lunga più giovani avrebbero invidiato. Il suo corpo senza vita è stato trovato ieri mattina in un canalone sul monte Chiampon: dopo essere scivolato, Galli è caduto nel vuoto per una settantina di metri, finendo su un ghiaione. Gli uomini del soccorso alpino di Gemona e della guardia di Finanza di Tolmezzo e Sella Nevea, che con l'ausilio dell'elicottero della Protezione Civile regionale hanno condotto le ricerche, hanno riferito che l'uomo, le cui tracce rinvenute indicano si fosse portato più in alto rispetto al sentiero - forse per guardare meglio qualcosa che aveva attirato la sua attenzione - sarebbe, molto probabilmente, scivolato sulla lastra di ghiaccio che in questa stagione copre i fianchi della montagna.
Non è ben chiaro quando il fatto possa essere accaduto: Galli infatti viveva da solo in via Piovega; i suoi familiari - il fratello gemello Pietro con la moglie Ivana e il figlio Filippo - abitano nella frazione di Maniaglia, ma mantenevano con lui costanti rapporti. Giovanni Galli era una persona del tutto indipendente, ma molto attiva: per questo, pur non riuscendo a trovarlo sia telefonicamente che di persona, per un paio di giorni i parenti non si sono messi in allarme: «Spesso non riuscivamo a trovarlo - ha raccontato la cognata Ivana -; o aveva impegni, oppure era a fare il suo solito giro in montagna».
Ciò che invece ha fatto immediatamente scattare le ricerche, è stato il fatto che - cosa molto strana per uno come lui, che teneva a mantenere gli impegni assunti - aveva mancato di passare, come era solito, a prendere il maestro Zanini, direttore del coro del Gruppo Ana di Gemona, per andare insieme alle prove del giovedì sera. Galli era anche il segretario della sezione del Cai di Gemona. Quando il fratello Pietro ha poi visto l'automobile di Giovanni parcheggiata nel piazzale dell'Aser (punto da cui partiva per raggiungere a piedi il Chiampon ed il Quarnan) ha dato l'allarme: alle 20 di giovedì le squadre del soccorso alpino di Gemona e della guardia di Finanza di Tolmezzo e Sella Nevea hanno iniziato dunque a battere una vasta area tra le due montagne gemonesi, che hanno sospeso soltanto alle 2.30 di ieri notte. Le ricerche sono state riprese ieri mattina alle 8. Erano le 9,30 di ieri mattina: i soccorritori non hanno potuto far altro che recuperare la salma caricandola con un gancio baricentrico sull'elicottero per trasportarla nella cella mortuoria dell'ospedale di Gemona, a disposizione della magistratura.
Natalina De Pascale 5 febbraio 2005

Il guardiano del Cjampon

Ricordo del Gemonese Giovanni Galli, caduto sul monte

      Giovanni Galli di Gemona è caduto sul Cjampon, qualche giorno fa. Il suo non è un nome che dica molto agli appassionati. Non richiama imprese, libri, e nemmeno cariche sociali di lustro, se non quella, preziosa e modesta, di segretario della locale sezione del Cai. Pure la sua vita, e anche la sua scomparsa, sono una testimonianza di come sopravviva, più diffuso di quanto si pensi, un modo di praticare la montagna che costituisce carne e sangue dell'alpinismo. L'espressione concreta e piana di quell'amore che a volte nell'attività di punta dei grandi corre il rischio di tramutarsi in bramosia o in obbligo professionale.

       Era nato nel '44 Giovanni, si era diplomato al Malignani, e dopo il corso ufficiali negli alpini di Aosta aveva dovuto, come tanti conterranei, lasciare l'Italia per la Svizzera. Dal '65 al 2000 aveva lavorato nel settore progetti della Brown Boveri, ramo motori elettrici, nella fabbrica di Zurigo, poi, negli ultimi anni a Vienna. Di frequente ritornava in Friuli, anche ogni quindici giorni - racconta Piero, suo fratello gemello - alternando salite ed escursioni sui monti di casa con altre nell'Oberland bernese. Dopo la quiescenza, rientrato a casa, aveva assunto una serie di impegni nell'associazionismo gemonese: il Cai, appunto, l'Ana, Il comitato della borgata di Maniaglia.
       Riservato, quasi timido, era sempre estremamente disponibile, di cono i consoci. Il tempo libero a disposizione (non si era mai sposato) gli consentiva di girovagare quanto voleva. Oiù di tutto amava salire il Cjampon, del quale era diventato un po' il guardiano. Non passava praticamente settimana che non ci andasse d'estate o d'inverno. Era in cima anche cento volte in un anno, testimoniano gli amici del Cai.
        La natura dell'incidente ripropone così il vecchio adagio sul pericolo che è più elevato là dove tutto appare facile, verità che vale tanto per i grandi alpinisti quanto per quelli si fermano al primo o secondo grado. E poi che questi sono la maggioranza, il rischio maggiore e sulle "normali" e sui sentieri, come provano le statistiche del Soccorso alpino. Il Cjampon è una montagna agevole: il solo punto di minimo impegno è stato ribattezzato "passo della signorina".

       Giovanni Galli lo conosceva come un ambiente domestico, certo non credeva possibile che qualcosa potesse capitargli proprio lì. Ma anche le scale di casa, con un velo di ghiaccio, rappresentano un'insidia. Il corpo è stato ritrovato in un canalone, appunto sotto la corda fissa "della signorina", ancora da superare in salita, ovvero già passata in discesa. L'ipotesi è che su un tratto di ripidi verdi, la neve sciolta sia rigelata sotto i ciuffi d'erba, creando una lastra insidiosa e invisibile, sulla quale le calzature prive di ramponi, sono scivolate, sino al limite dei sottostanti balzi rocciosi.
         L'ultima immagine che Giovanni ha portato con sé è stata quella del cielo e della sua cima. Anche se la scomparsa è prematura, l'idea di congedarsi dalla vita nel suo piccolo regno alpino forse non gli sarebbe spiaciuta. Sarà un banale conforto retorico , si va, certo, in montagna per vivere e non per morire, però a volte, specie di fronte a malattie lunghe e strazianti, a vecchiaie che sono un'estenuante e sempre più degradata agonia, capita davvero di pensare - di sentire - cose così.

foto e testo ricavati dal Messaggero Veneto dell'8 febbraio 2005